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	<title>misure di sicurezza Archivi - Studio Legale Massimo Palisi Padova - Responsabilità e Risarcimento</title>
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	<title>misure di sicurezza Archivi - Studio Legale Massimo Palisi Padova - Responsabilità e Risarcimento</title>
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		<title>La triste storia dell&#8217;amianto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Avv. Massimo Palisi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Jun 2024 05:52:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Focus giuridico]]></category>
		<category><![CDATA[amianto]]></category>
		<category><![CDATA[diligenza]]></category>
		<category><![CDATA[misure di sicurezza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sentenza n. 13594 del 16 maggio 2024, emessa dalla Corte di Cassazione, consente fare memoria della strage silenziosa. perpetuata dall&#8217;amianto, soprattutto a danno dei lavoratori, nell&#8217;indifferenza dei datori di lavoro e nella spasmodica ricerca del profitto. Il lavoratore, protagonista della vicenda, aveva lavorato per circa trent&#8217;anni come operaio, con compiti anche di controllo e [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La <span style="text-decoration: underline;">sentenza n. 13594 del 16 maggio 2024</span>, emessa dalla Corte di Cassazione, consente fare memoria della <strong>strage silenziosa</strong>. perpetuata dall&#8217;<strong>amianto</strong>, soprattutto a danno dei lavoratori, nell&#8217;indifferenza dei datori di lavoro e nella spasmodica ricerca del profitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il lavoratore, protagonista della vicenda, aveva lavorato per circa trent&#8217;anni come operaio, con compiti anche di controllo e funzionamento dei macchinari. veniva accertato che l&#8217;esposizione del medesimo all&#8217;<strong>amianto</strong> derivava dalla dispersione di fibre provenienti dal materiale presente nelle strutture dell&#8217;impianto. Il lavoratore decedeva per <strong>carcinoma polmonare</strong> differenziato con presenza di &#8220;<em>placche pleuriche e corpuscoli di asbesto di valore assai significativo</em>&#8220;. La Corte ha ritenuto dimostrato: il <strong>danno</strong> subito dal lavoratore, cioè la patologia che ha causato il decesso; la <strong>nocività dell&#8217;ambiente di lavoro</strong> per l&#8217;esposizione del dipendente all&#8217;inalazione di fibre di amianto; il <strong>nesso concausale</strong> tra tale condizione di nocività e l&#8217;evento morte;<strong> l&#8217;inadempimento datoriale all&#8217;obbligo di prevenzione</strong> sulla base delle conoscenze scientifiche acquisite all&#8217;epoca</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella fase di merito è stato accertato che anche negli anni (&#8217;60-&#8217;90) in cui il dipendente operava, <strong>la pericolosità del contatto con l&#8217;amianto fosse comunque nota</strong>. La giurisprudenza di legittimità ha infatti, già da tempo, &#8220;<em> fatto risalire la conoscibilità della pericolosità dell&#8217;impiego di amianto ai primi anni del &#8216;900, attraverso una puntuale analisi delle fonti normative osservandosi che <strong>l&#8217;imperizia, nella quale rientra l&#8217;ignoranza delle necessarie conoscenze tecnico-scientifiche, è uno dei parametri integrativi a cui commisurare la colpa</strong>, e non potrebbe risolversi in una esimente della responsabilità per il datore di lavoro</em>&#8220;. Ed invero &#8220;<em>all&#8217;epoca di svolgimento del rapporto di lavoro del lavoratore , l&#8217;intrinseca pericolosità delle fibre dell&#8217;amianto era ben nota, tanto che l&#8217;uso di materiali contenenti tali fibre era sottoposto a particolari cautele, indipendentemente dalla concentrazione delle fibre stesse&#8221;. </em>Pertanto: <em>&#8220;si imponeva, anche per il periodo per cui è causa, <strong>l&#8217;adozione di misure idonee a ridurre il rischio connaturale all&#8217;impiego di materiale contenente amianto</strong>, in relazione alla norma di chiusura di cui all&#8217;art. 2087 c.c., e più specificamente al D.P.R. n. 303/56</em>&#8220;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A proposito delle<strong> misure di sicurezza cosiddette &#8220;innominate&#8221;</strong>, ex art. 2087 c.c., la Corte di Cassazione, nella richiamata sentenza, ha precisato che: &#8220;<em>la prova liberatoria a carico del datore di lavoro risulta generalmente correlata alla quantificazione della <strong>misura della diligenza ritenuta esigibile</strong>, nella predisposizione delle indicate misure di sicurezza, imponendosi, di norma, al datore di lavoro <strong>l&#8217;onere di provare l&#8217;adozione di comportamenti specifici che, ancorché non risultino dettati dalla Legge (o altra fonte equiparata), siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche, dagli standard di sicurezza normalmente osservati o trovino riferimento in altre fonti analoghe</strong></em>&#8220;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella specie, la Corte territoriale aveva escluso il raggiungimento da parte della società datrice di lavoro della <strong>prova liberatoria</strong> a suo carico, correlata alla quantificazione della misura di diligenza ritenuta esigibile, nella predisposizione delle misure di sicurezza indicate nella sentenza impugnata, non essendo stata dimostrata l&#8217;adozione di comportamenti specifici.</p>
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